Risposta rapida
Sì, colf, badanti e baby-sitter con un contratto regolare possono avere un mutuo, ma da soli trovano poche banche disposte. Nessuna legge lo vieta. Nelle politiche di credito che vediamo, però, alcune banche non contano il reddito da lavoro domestico, e altre lo contano solo se accanto c'è un altro richiedente con un reddito stabile.
Dove il reddito è ammesso, il conto è quello di ogni stipendio. Con 1.100 € netti al mese la rata sostenibile è di 363 € (il 33% del netto) e il mutuo a tasso fisso arriva a circa 69.205 € in 25 anni; con 1.500 € a 94.370 €.
Cambiano i documenti, perché la famiglia non ti dà la CU, e cambia la strada: quasi sempre passa da un mutuo cointestato con una persona che ha un reddito stabile.
Colf o badante: la banca ti dà il mutuo?
Dipende dalla banca, più che per altri lavori. «Chiunque può richiedere un mutuo, purché possa dimostrare di essere in grado di restituire nel tempo la somma avuta in prestito», scrive la Banca d'Italia nella guida Il mutuo ipotecario in parole semplici. Come pesare un reddito, però, lo decide ogni banca. Nelle politiche di credito che vediamo il lavoro domestico è nominato da meno della metà delle banche; le altre non ne scrivono e valutano caso per caso. Dove se ne parla, le posizioni sono due.
- Il reddito non conta. Alcune banche lasciano lo stipendio da colf o badante fuori dal rapporto rata/reddito, e c'è chi lo fa anche quando il mutuo è cointestato. In quel caso la rata deve reggersi tutta sul reddito dell'altro intestatario.
- Il reddito conta, ma non da solo. Altre lo sommano solo se accanto c'è un altro richiedente con un contratto a tempo indeterminato o un reddito da lavoro autonomo. Possono chiedere un'anzianità minima nel ruolo, da provare con l'estratto contributivo INPS, e uno stipendio mensile minimo.
Le banche non spiegano il perché, ma la ragione più semplice sta nel datore di lavoro, che è una famiglia e non un'azienda. La legge sui licenziamenti individuali stabilisce che le tutele contro il licenziamento ingiustificato, cioè la reintegrazione e la riassunzione o il risarcimento, «non trovano applicazione nei rapporti disciplinati dalla legge 2 aprile 1958, n. 339», che è la legge sul lavoro domestico (art. 4 della L. 108/1990). In linea generale la famiglia può chiudere il rapporto dando il preavviso: secondo l'art. 40 del contratto collettivo del lavoro domestico, per chi lavora almeno 25 ore la settimana sono 15 giorni di calendario fino a 5 anni di anzianità e 30 oltre; sotto le 25 ore, 8 giorni fino a 2 anni e 15 oltre. Lo stesso articolo prevede il caso che chi assiste un anziano conosce bene: «In caso di morte del datore di lavoro il rapporto può essere risolto con il rispetto dei termini di preavviso». Restano due limiti: il licenziamento discriminatorio è nullo anche nel lavoro domestico (art. 3 della stessa L. 108/1990) e, per l'art. 25 del contratto collettivo, la lavoratrice non può essere licenziata dall'inizio della gravidanza alla fine del congedo di maternità e dell'eventuale congedo parentale, salvo giusta causa.
Per una banca che presta a 25 anni, un tempo indeterminato così vale meno di quello di un'azienda.
Quali documenti servono se non hai la CU?
La CU non c'è perché la famiglia non è sostituto d'imposta, cioè non trattiene l'IRPEF in busta paga. La guida dell'Agenzia al quadro C del 730 parla infatti di una «certificazione rilasciata dal soggetto che non possiede la qualifica di sostituto (ad esempio il privato per il lavoratore domestico)». Al posto della CU la banca guarda questi documenti.
- La dichiarazione dei redditi. È il documento che conta di più. Le istruzioni del 730/2026 dicono che «i lavoratori dipendenti privi di un sostituto d'imposta che possa effettuare il conguaglio devono presentare il Mod. 730 a un Caf-dipendenti o a un professionista abilitato»; il 730 precompilato si può anche inviare da soli dal sito dell'Agenzia, e in alternativa c'è il modello Redditi PF. È esonerato chi ha un reddito complessivo fino a 8.500 € nell'anno, fatto di lavoro dipendente ed eventuali altri redditi, con almeno 365 giorni di lavoro, e in generale chi deve un'imposta fino a 10,33 € (redditi 2025). Alla banca porta la dichiarazione con la ricevuta di presentazione.
- L'attestazione del datore. Per l'art. 34, comma 6, del contratto collettivo il datore deve rilasciare «un'attestazione dalla quale risulti l'ammontare complessivo delle somme erogate nell'anno», almeno 30 giorni prima della scadenza della dichiarazione o quando il rapporto finisce. Chiedila ogni anno, a ogni famiglia per cui lavori.
- Lettera di assunzione e buste paga. Il contratto scritto dice livello, ore e se c'è la convivenza. Di buste paga la banca chiede di solito le ultime 2 o 3, consecutive.
- L'estratto contributivo INPS. Prova da quanti anni lavori e con quali pause. I contributi li versa il datore ogni tre mesi, «dal 1° al 10 aprile» per il primo trimestre e poi a luglio, ottobre e gennaio (scheda INPS sui versamenti): a fine settembre l'estratto può fermarsi a giugno. Come leggerlo è spiegato nella guida all'estratto contributivo per il mutuo.
- Gli estratti conto. Di solito quelli ufficiali degli ultimi 3 mesi, con lo stipendio accreditato. Il divieto di pagare gli stipendi in contanti non vale per il lavoro domestico (art. 1, comma 913, L. 205/2017), ma uno stipendio in contanti sul conto non si vede: fatti pagare con bonifico.
Due avvertenze. Quello che ti arriva sul conto non è ancora il netto vero: il datore trattiene la tua quota di contributi, non le imposte. L'IRPEF, se dovuta, la paghi tu con la dichiarazione, e la banca di solito ricava il netto togliendo le imposte dal reddito dichiarato e dividendo per 12. Poi, i contributi del lavoro domestico si calcolano per fasce, su una retribuzione oraria convenzionale, e non sullo stipendio vero (scheda INPS sui contributi). L'estratto contributivo dimostra quindi gli anni e la continuità; quanto guadagni lo dimostra la dichiarazione.
Quanto posso chiedere con 900, 1.100, 1.300 o 1.500 € netti?
La tabella dà il mutuo massimo a tasso fisso per quattro stipendi netti, che sono nostre ipotesi: il netto dell'anno dopo le imposte, tredicesima compresa, diviso per 12. Vale con una banca che conta il tuo reddito per intero e senza altri finanziamenti.
| Netto al mese | Rata al 33% | 20 anni | 25 anni | 30 anni | Casa fino a (25 anni) |
|---|---|---|---|---|---|
| 900 € | 297 € | 48.969 € | 56.622 € | 63.352 € | 70.778 € |
| 1.100 € | 363 € | 59.851 € | 69.205 € | 77.430 € | 86.506 € |
| 1.300 € | 429 € | 70.733 € | 81.788 € | 91.509 € | 102.234 € |
| 1.500 € | 495 € | 81.615 € | 94.370 € | 105.587 € | 117.963 € |
Tassi del 29 settembre 2026: il TAN è l'IRS della stessa durata più uno spread stimato di 0,30%, cioè 4,01% a 20 anni, 3,94% a 25 e 3,85% a 30. Il metodo è spiegato in come facciamo i calcoli, e per gli altri stipendi c'è la tabella di quanto mutuo puoi chiedere con il tuo stipendio.
Per capire dove ti trovi: dal 1° gennaio 2026 la tabella dei minimi del Ministero del Lavoro fissa per chi convive 1.053,39 € al mese al livello BS (baby-sitter e assistenza a persone autosufficienti) e 1.193,84 € al livello CS (assistenza a persone non autosufficienti, senza formazione specifica). Per chi non convive la paga oraria minima del livello B, quello della colf che fa un po' di tutto, è di 7,01 €: a 40 ore la settimana sono circa 1.215 € al mese. Sono minimi, prima dei contributi a tuo carico e delle imposte.
Con questi stipendi c'è poi un secondo controllo: quasi tutte le banche verificano che dopo la rata ti resti un minimo per vivere, più alto se hai familiari a carico, e la rata può fermarsi prima del 33%. Come funziona è spiegato nella pagina sul mutuo con un part-time.
Il calcolo, passo per passo
Il caso: una badante convivente a tempo indeterminato. Dalla dichiarazione dei redditi risultano 13.200 € l'anno dopo le imposte. Nessun altro finanziamento, mutuo di 25 anni a tasso fisso.
- Reddito al mese. 13.200 € ÷ 12 = 1.100 €. La tredicesima è già dentro, perché si parte dal reddito dell'anno.
- Rata. 1.100 € × 33% = 363 € al mese. Il 30% è la soglia prudenziale, il 33% quella di prassi, e il tetto oltre il quale la banca chiede garanzie o rifiuta cambia da banca a banca. La guida della Banca d'Italia, più prudente, parla di «un terzo del proprio reddito disponibile», cioè al netto delle spese fisse.
- Tasso. L'IRS a 25 anni è al 3,637% (rilevazione del 29 settembre 2026, fonte ICE Swap Rate); con lo spread stimato di 0,30% il TAN è del 3,94%.
- Capitale. 300 rate da 363 € al 3,94% ripagano circa 69.205 €. In 20 anni sono 59.851 €, in 30 anni 77.430 €.
Quanto deve valere la casa e quanto anticipo serve?
La banca presta di norma fino all'80% del valore della casa. Con 69.205 € di mutuo la casa può costare fino a circa 86.506 €, con 17.301 € di anticipo. A parte ci sono imposte, notaio, perizia e istruttoria: ipotizzando il 5-6% del prezzo, fra 4.325 e 5.190 €. In tutto servono da parte 21.627-22.492 €.
Con un reddito che le banche guardano con prudenza, un anticipo più alto del minimo aiuta.
Cosa cambia la cifra?
- Un cointestatario con un reddito stabile. È la leva che decide. Se il tuo compagno ha un tempo indeterminato da 1.500 € netti e la banca conta anche i tuoi 1.100 €, il reddito è di 2.600 €, la rata di 858 € e il mutuo in 25 anni di circa 163.575 €. Con una banca che il lavoro domestico non lo conta, resta il suo stipendio: circa 94.370 €. Fra una banca e l'altra ci sono 69.205 € di differenza.
- Un garante. Firma una fideiussione e paga se tu non paghi. Nelle politiche che vediamo il suo reddito conta fra il 30% e il 100%, di solito ridotto, e quasi sempre deve essere un familiare stretto. Regole e rischi sono nella guida al mutuo con garante.
- Altri finanziamenti. Una rata da 150 € al mese si toglie da quella del mutuo: con 1.100 € netti si scende da 69.205 € a circa 40.608 €. Se puoi, conviene chiudere un piccolo prestito prima della domanda.
- L'età. Ogni banca fissa un limite all'età dell'ultima rata: più sei avanti con gli anni, più corta è la durata che ti concede. Con 1.100 € netti, in 20 anni la cifra scende a 59.851 €.
- Il Fondo Consap. Il contratto domestico non ti fa entrare e non ti esclude. La L. 147/2013, art. 1, comma 48, lettera c) concede la garanzia «esclusivamente» a giovani coppie, nuclei monogenitoriali con figli minori, inquilini delle case popolari e under 36, più le famiglie numerose e le persone con disabilità grave aggiunte da altre norme. La garanzia copre la banca sul 50% della quota capitale, l'80% con ISEE fino a 40.000 € e mutuo oltre l'80% del prezzo, oneri accessori compresi (art. 64, comma 3, D.L. 73/2021, termine prorogato al 31 dicembre 2027 dalla L. 207/2024, art. 1, comma 112). Permette di finanziare fino al 100% del prezzo, ma non alza la cifra, e la banca resta libera di non contare il tuo reddito.
Alcuni casi particolari
- Badante convivente. Vitto e alloggio sono retribuzione in natura: la tabella 2026 dà loro un valore convenzionale di 6,66 € al giorno. Non arrivano sul conto, e la rata si regge solo sullo stipendio in denaro. Se compri una casa in cui per ora non vivi, l'affitto che pensi di incassare di norma non entra nel conto. E la garanzia Consap vale solo per una casa che diventa la tua abitazione principale (L. 147/2013, art. 1, comma 48, lettera c).
- Colf con più famiglie. Ogni datore versa i suoi contributi e rilascia la sua attestazione; nella dichiarazione i redditi si sommano. Un rapporto iniziato da pochi mesi di solito pesa poco.
- Badante straniera. Se hai la cittadinanza di un Paese dell'Unione europea, come la Romania o la Polonia, il permesso di soggiorno non ti serve e per la legge compri casa come chi è italiano. Se vieni da fuori dell'Unione, con un permesso di soggiorno valido, per la legge puoi comprare casa e chiedere il mutuo; le banche guardano da quanti anni vivi e lavori in Italia. I requisiti sono nella guida al mutuo per stranieri residenti in Italia. Nessuna legge fissa gli anni di permanenza, che ogni banca conta a modo suo (vedi quanti anni di residenza servono), e nelle pratiche di stranieri l'estratto contributivo va allegato sempre. Se il permesso è in rinnovo, leggi cosa vale la ricevuta per la banca.
- Ti ha assunto una cooperativa o un'agenzia. Se il tuo datore è un'impresa, hai le buste paga e la CU come ogni dipendente, e per la banca conta il tipo di contratto che hai con l'impresa.
- Ore in nero. Le ore pagate fuori busta non sono nella dichiarazione, né nell'estratto contributivo, né sul conto: per la banca non esistono. Farle mettere in regola è il primo passo.
Prima di andare in banca ti servono due risposte: se quella banca conta il lavoro domestico, e quale rata regge il reddito che può contare. Per la seconda c'è la simulazione gratuita di GoMutuo: in 6 minuti ti dice quanto puoi chiedere, con che rata e se il mutuo che hai in mente è fattibile.




